Il sughero bio mette il tappo al centro del vino
La certificazione biologica dei tappi in sughero apre nuove prospettive per vino, packaging e filiera naturale.
Il sughero bio mette il tappo al centro del vino
La certificazione biologica dei tappi apre una nuova strada per il comparto italiano: non riguarda solo la chiusura della bottiglia, ma l’intera filiera, dalla sughereta alla cantina.

Aprire una bottiglia significa anche ascoltare un suono. Quel piccolo respiro secco del tappo che sale dal collo, quando il vino incontra l’aria, appartiene alla memoria di chi ama bere, raccontare, condividere. Per questo, da grandi sostenitori del sughero, la notizia della possibile certificazione biologica dei tappi ci piace molto: rimette al centro un materiale vivo, agricolo, naturale, legato agli alberi, ai territori e al tempo lungo della raccolta.

Il settore italiano del sughero attraversa una fase non semplice. secondo i Consuntivi 2025 del Centro Studi FederlegnoArredo, il Sistema Sughero conta circa 480 imprese e 2.370 addetti. Nel 2025 il comparto ha registrato una flessione del fatturato del 2,5%, attestandosi a 342 milioni di euro, dopo il rallentamento avviato nel 2023. Le esportazioni valgono 34 milioni di euro, pari al 10% del fatturato totale, e l’87% riguarda proprio i tappi in sughero.

Numeri che raccontano una filiera chiamata a confrontarsi con il calo dei consumi di vino e con la crescita di sistemi di chiusura alternativi. Proprio in questo scenario, la certificazione biologica prevista dal Regolamento UE 2018/848 può diventare una leva importante: non un’etichetta in più, ma un modo per rafforzare il valore del sughero nei mercati più attenti alla coerenza ambientale del prodotto.

Il punto interessante è che la certificazione non riguarda soltanto il tappo finito. Coinvolge l’intero percorso produttivo: la gestione delle sugherete, i terreni, le pratiche agronomiche, la raccolta della corteccia, la trasformazione e la produzione industriale. In altre parole, il tappo entra nella filiera biologica con una tracciabilità completa, estendendo il concetto di biologico oltre il vino contenuto nella bottiglia.

È un passaggio culturale prima ancora che commerciale. Fino a oggi, quando si parlava di vino biologico, lo sguardo si concentrava quasi sempre sulla vigna, sull’uva, sulla cantina. Ora anche la chiusura può diventare parte dello stesso racconto. Perché una bottiglia non è fatta solo dal suo contenuto: è un insieme di scelte, materiali, gesti e responsabilità.

“La certificazione biologica dei tappi in sughero rappresenta un’opportunità strategica per il nostro settore”, ha dichiarato Alessandro Canepari, responsabile del Gruppo Sughero di Assoimballaggi. Una strada che, secondo l’associazione, può aiutare i produttori a rafforzare il posizionamento del sughero anche nel segmento biologico, offrendo al mondo del vino una soluzione naturale, tracciabile e competitiva.

La forza del sughero sta proprio nella sua identità materiale. Nasce dalla corteccia della quercia da sughero, viene raccolto senza abbattere l’albero, porta con sé un paesaggio e un sapere produttivo. Nella sua semplicità apparente, il tappo racconta molto: il rapporto fra agricoltura e industria, fra packaging e vino, fra consumo e responsabilità.
Per il comparto italiano, questa certificazione può aprire nuove prospettive. Le aziende associate ad Assoimballaggi si dichiarano pronte a investire nei processi necessari per cogliere l’opportunità. Il tappo bio potrebbe diventare un elemento distintivo per le cantine che lavorano sul biologico e per quei consumatori che cercano coerenza non solo nel bicchiere, ma in tutto ciò che accompagna il prodotto.

A noi piace pensare che il futuro del vino passi anche da dettagli così. Da un tappo che non chiude soltanto una bottiglia, ma apre una domanda: quanto può essere coerente, oggi, il racconto di un vino? Il sughero biologico prova a dare una risposta concreta, naturale, misurabile. E, soprattutto, profondamente legata alla terra.