Venezia segreta: MyVenice e la champagnerie che cambia il soggiorno
Nel cuore di Dorsoduro un palazzetto intimo riscrive l’ospitalità: poche camere, cucina curata e una champagnerie che invita a rallentare
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Venezia non ha bisogno di essere spiegata. Va semmai rallentata, sottratta al rumore, attraversata con uno sguardo diverso. È dentro questa idea che prende forma il progetto MyVenice: non un semplice luogo dove dormire, ma un modo preciso di abitare la città, fatto di dettagli, silenzi e scelte mirate.
Nel sestiere di Dorsoduro, lontano dai flussi più prevedibili, un palazzetto del XVI secolo riapre le sue porte con una nuova identità. Dieci camere appena, affacciate su un canale discreto, dove l’acqua scorre lenta e detta il ritmo. Qui il lusso non alza la voce: si riconosce nella luce calibrata, nei materiali, nella sensazione di avere spazio e tempo.

Il progetto nasce dall’intuizione di Giuliano Canella, imprenditore che ha immaginato un format capace di raccontare Venezia come esperienza personale, quasi intima. Non un brand, ma un messaggio: costruire un rapporto diretto con la città, attraverso arte, gusto e artigianato.
Entrando, si percepisce subito la direzione: pavimenti originali, travi a vista, affreschi che non sono scenografia ma memoria. Ogni elemento dialoga con il presente senza perdere profondità. La tecnologia c’è, ma resta invisibile: luci, temperatura, comfort si adattano senza invadere, lasciando spazio alla vera protagonista, Venezia.
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Il concetto di quiet luxury qui trova una sua interpretazione concreta. Non si tratta di ostentazione, ma di misura. Di scelte sottili. Di quell’eleganza che si riconosce più nel servizio che nell’apparenza. Anche il numero limitato di camere contribuisce a creare una dimensione raccolta, quasi domestica, dove ogni ospite viene accompagnato più che gestito.
Ma è al piano terra che il progetto cambia ritmo e si apre al racconto enogastronomico. Il ristorante, con la sua corte interna e la porta d’acqua privata, diventa uno spazio di relazione: per chi soggiorna e per chi arriva da fuori, curioso di scoprire una Venezia meno prevedibile.


E poi c’è la champagnerie. Un dettaglio solo in apparenza marginale, che invece definisce un posizionamento preciso. In una città dove il vino ha radici profonde, scegliere lo champagne significa dichiarare uno stile: internazionale, raffinato, ma mai distante. La carta si muove tra etichette iconiche e selezioni più ricercate, costruendo un percorso che accompagna la cucina senza sovrastarla.
Qui il calice diventa esperienza. Non solo degustazione, ma momento. Un aperitivo che si allunga, una cena che prende tempo, una conversazione che trova il suo ritmo. La champagnerie non è un angolo del locale, ma un linguaggio: quello della leggerezza consapevole, del piacere calibrato.

In cucina, la direzione è chiara: materia prima, stagionalità, precisione. I prodotti arrivano spesso dal mercato locale o da fornitori selezionati, e vengono lavorati con tecniche contemporanee che rispettano la loro identità. Non serve stupire, basta centrare il punto.
Il risultato è un’esperienza che si costruisce per sottrazione. Meno rumore, più sostanza. Meno quantità, più intensità. Un equilibrio che oggi rappresenta una delle chiavi più interessanti del turismo veneziano di fascia alta: quello che cerca autenticità senza rinunciare al comfort.
MyVenice si inserisce in questo scenario con una proposta coerente. Non vuole competere con i grandi alberghi storici, né inseguire il lusso scenografico. Sceglie piuttosto di lavorare sulla relazione tra ospite e città, creando un ambiente che invita a fermarsi, osservare, assaporare.

Venezia, in fondo, funziona così. Non si concede a chi corre. Premia chi resta, chi devia, chi accetta di perdersi.
E forse è proprio questa la forza del progetto: offrire un punto di accesso diverso, più silenzioso, più profondo. Un luogo dove il viaggio non è fatto di tappe, ma di percezioni.
E dove anche un calice di Champagne, bevuto lentamente, può diventare il modo più semplice per capire la città.