Basta sagre: la Türkiye insegna come si costruisce una destinazione
Con i Culture Route Festivals il cibo diventa racconto strutturato: città, chef e territori si trasformano in un sistema continuo di viaggio

Un calendario lungo mesi, città che diventano palcoscenici, cucine locali che smettono di essere contorno e diventano racconto. Il caso dei Türkiye Culture Route Festivals è uno di quelli che fanno riflettere su quanto un evento possa cambiare la percezione di una destinazione.
Non si tratta solo di numeri — pur impressionanti, con 234 giorni di programmazione, oltre sei mesi continuativi, e 26 città coinvolte — ma di un cambio di prospettiva: il festival non è più un appuntamento da calendario, è una infrastruttura culturale diffusa. E dentro questa infrastruttura, il cibo trova finalmente il suo spazio come linguaggio identitario, non come semplice degustazione.
La vera svolta dell’edizione 2026 è proprio qui. Per la prima volta la componente gastronomica viene progettata come un sistema strutturato, parallelo e coerente con il programma artistico. Tre gli elementi chiave: i comitati culinari, la figura del City chef e le rotte del gusto.
Ogni città coinvolta nomina un proprio City Chef, incaricato non solo di cucinare ma di raccontare. Il suo ruolo è costruire un palinsesto fatto di dimostrazioni pubbliche, workshop pratici, incontri con produttori e degustazioni guidate che collegano i piatti alla storia e alla geografia del territorio. Non uno show cooking fine a sé stesso, ma una vera mediazione culturale del gusto.

Accanto a questa figura operano comitati composti da chef, storici dell’alimentazione, accademici e produttori locali. Il loro lavoro è quasi “editoriale”: selezionare i piatti simbolo, distinguere le ricette autentiche dalle versioni più commerciali, costruire narrazioni coerenti e progettare itinerari gastronomici che attraversano ristoranti, mercati storici e botteghe artigiane.
Nascono così vere e proprie rotte del gusto urbane e territoriali. A Gaziantep, per esempio, il percorso può partire dal baklava al pistacchio — riconosciuto DOP in Europa — e proseguire tra kebab, lahmacun e dolci come il katmer, in una città che conta centinaia di ricette codificate. A Şanlıurfa il racconto si lega alla Mesopotamia, tra çiğ köfte e kebab, con un legame diretto ai siti archeologici come Göbeklitepe. Aydın porta in scena una cucina vegetale fatta di olio d’oliva e fichi dell’Egeo, mentre Kahramanmaraş costruisce un intero immaginario attorno al dondurma, il gelato elastico al salep.
Il programma gastronomico si traduce in esperienze concrete: degustazioni guidate, laboratori aperti al pubblico, visite nei mercati, incontri con artigiani del cibo. Non manca una dimensione più contemporanea, con la presenza di ristorazione evoluta e Street food urbano, soprattutto nelle grandi città come Istanbul, dove convivono cucine di ricerca e tradizioni popolari.

È un sistema che prova anche a correggere una percezione limitata della cucina turca all’estero. Sul mercato italiano, spesso ridotta a pochi piatti iconici, qui viene restituita nella sua complessità, tra Mediterraneo, Anatolia e influenze mediorientali e asiatiche.
Il risultato è che ogni città diventa una destinazione gastronomica completa, non accessoria. Il visitatore non assiste semplicemente a un evento: entra in un ecosistema dove cultura, cucina e territorio si intrecciano in modo continuo.
Ed è qui che il modello diventa interessante anche per chi osserva da vicino i territori italiani.
Troppo spesso gli eventi enogastronomici locali restano episodi isolati: weekend affollati, piazze piene, ma poca continuità e ancora meno visione. Si lavora sull’evento, raramente sulla destinazione. Si celebra il prodotto, ma non si costruisce un viaggio attorno a quel prodotto.
Il progetto turco ribalta questo schema. L’evento è solo l’innesco, il vero obiettivo è portare le persone a leggere il territorio attraverso ciò che mangiano, collegando ristoranti, mercati, laboratori artigianali, paesaggi. Non un pubblico da intrattenere, ma viaggiatori da accompagnare.
E poi c’è un altro elemento che colpisce: la continuità. Sapere che da aprile a novembre, in qualsiasi momento, una parte del Paese è attraversata da un festival attivo cambia completamente la dinamica della scelta di viaggio. Non si parte più “per l’evento”, ma si parte “dentro un sistema di eventi”.
Per chi racconta territori, questo è il punto più stimolante. Perché significa avere storie sempre accese, esperienze sempre attivabili, motivi sempre nuovi per tornare.

La Türkiye, in questo senso, sta facendo un lavoro molto lucido: trasformare la propria complessità culturale e gastronomica in un racconto accessibile, organizzato, continuo. E soprattutto contemporaneo.
Forse è proprio questa la lezione più utile: meno eventi spot, più visione. Meno sagre che si esauriscono in un fine settimana, più progetti capaci di tenere insieme comunità, prodotti, artigiani e viaggiatori.
Perché oggi una destinazione del gusto non si costruisce solo con ciò che si mangia, ma con il modo in cui lo si racconta, lo si connette e lo si rende vivo nel tempo.