Enoturismo: il vino si vive, non si visita
18 milioni di italiani scelgono cantine e territori: senza racconto digitale queste esperienze resterebbero per pochi
Diciotto milioni di italiani che cercano il vino non solo nel calice, ma nei luoghi dove nasce. Un numero che racconta molto più di una tendenza: racconta un cambio di sguardo. Negli ultimi due anni sono 4,5 milioni in più le persone che hanno deciso di trasformare il vino in esperienza, in viaggio, in occasione per uscire dalle rotte più prevedibili.
E in questo scenario, chi osserva il fenomeno da vicino si accorge che non si tratta semplicemente di visitare una cantina. Il dato più interessante è un altro: per la prima volta vincono le realtà familiari. Non le grandi strutture, ma le storie, le persone, le mani. Il vino torna ad essere un pretesto per incontrare qualcuno.
Lo spiega bene Roberta Garibaldi: «L’enoturismo si trova oggi al centro di una doppia trasformazione: da un lato cresce la domanda di autenticità, relazione e contatto umano; dall’altro l’intelligenza artificiale sta ridefinendo profondamente il modo in cui i turisti scoprono e vivono queste esperienze». Una sintesi che fotografa con precisione il momento che stiamo attraversando.
È qui che si gioca la partita più interessante per i territori italiani. Perché il 77% degli italiani oggi entra nei luoghi di produzione — cantine, frantoi, caseifici, pastifici — cercando un contatto diretto, concreto, umano. Un dato che nel 2021 era fermo al 60%. Una crescita che non lascia spazio a dubbi: il turismo del gusto non è più un segmento, è una chiave di lettura del viaggio contemporaneo.
Allo stesso tempo cambia anche il modo di vivere queste esperienze. Meno “tour de force” tra cantine e più tappe ragionate. Il vino smette di essere la destinazione unica e diventa parte di un itinerario più ampio. Una deviazione consapevole, una sosta che arricchisce il viaggio, anche quando il motivo principale è un altro.
E poi c’è un dettaglio che dovrebbe far riflettere molti operatori: si torna dove si è stati bene. Non per il vino, ma per come si è stati accolti. Il 68% dei visitatori sceglie di tornare in base alla qualità dell’ospitalità. Subito dopo arrivano la facilità di prenotazione e la capacità di offrire esperienze diverse nel tempo. In altre parole: relazione, semplicità, evoluzione.
Dentro questo equilibrio entra anche la tecnologia. L’intelligenza artificiale inizia a influenzare il modo in cui si scelgono le esperienze, si costruiscono gli itinerari, si personalizzano le visite. Ma non sostituisce nulla. Amplifica, supporta, suggerisce.
Ed è proprio qui che nasce una riflessione che ci riguarda da vicino. Senza contenuti online, senza racconto digitale, senza social media capaci di trasmettere il valore di questi luoghi, questa ricchezza resterebbe confinata. Rimarebbe patrimonio di pochi, affidata al passaparola e a una scoperta lenta, quasi casuale.
Raccontare diventa allora un atto necessario. Non per semplificare, ma per aprire. Per permettere a più persone di arrivare in questi luoghi con consapevolezza, aspettative e curiosità. Per trasformare una visita in un’esperienza memorabile, ancora prima di partire.
Per chi lavora sui territori, il messaggio è chiaro: non basta accogliere bene, bisogna anche sapersi raccontare. E farlo nel modo giusto.
Per chi, come noi, attraversa questi mondi con uno sguardo curioso, questo è il momento giusto. Non per inseguire una moda, ma per costruire una narrazione che metta al centro le persone, i luoghi e le esperienze.
Anche a Vinitaly, dove saremo presenti per incontrare produttori, ascoltare storie e continuare a fare quello che sappiamo fare meglio: trasformare il vino in racconto di viaggio.