Tenuta Pomario è finita nella mia lista dei luoghi da vivere (con calma)
Tra colli Orvietani e Lago Trasimeno, Pomario unisce vino biologico, cucina e ospitalità in un’esperienza lenta e autentica

Ci sono posti che non si cercano. Arrivano.
Tenuta Pomario è uno di quelli che ho segnato subito nella mia lista mentale dei “da fare”, quella che non segue le mode ma l’istinto. Perché già dal modo in cui si racconta capisci che non è una cantina qualunque, né l’ennesima tenuta di charme messa lì per farsi fotografare.
Pomario si raggiunge lentamente, attraversando un bosco che sembra voler proteggere ciò che viene dopo. La strada di sassi bianchi accompagna senza svelare troppo, finché il paesaggio si apre su un poggio luminoso, tra i colli Orvietani e il Lago Trasimeno. Qui l’Umbria mostra il suo lato più silenzioso, quello che non ha bisogno di spiegarsi.
Quello che mi colpisce subito è la misura. Duecentotrenta ettari di natura, nove di vigneto, oliveti secolari, boschi tutt’intorno. La sensazione è che l’uomo non abbia imposto una forma, ma abbia ascoltato il luogo prima di decidere cosa fare. Non è poco, oggi.

La tenuta appartiene ai Conti Spalletti Trivelli, che hanno scelto di gestirla secondo i principi dell’agricoltura biologica, mantenendo intatti gli equilibri di questo agro-ecosistema raro. La cantina, perfettamente integrata nel paesaggio, non interrompe la vista ma la accompagna. Ed è proprio da qui che nasce il racconto nel bicchiere.
I vini di Pomario parlano di altitudine, luce e ventilazione. Cinquecento metri sul livello del mare, un microclima protetto dal bosco, inverni segnati dalla tramontana ed estati mitigate dall’altezza. Arale nasce da vecchie vigne di Trebbiano e Malvasia recuperate con rispetto; Sariano, Sangiovese in purezza, ha una freschezza che racconta bene questo confine tra Umbria e Toscana. Il Grechetto, vinificato in legno, mantiene una bella sapidità e una trama decisa, mentre il Ciliegiolo gioca su croccantezza e territorio, come se fosse sempre stato destinato a crescere qui.

Dietro c’è un lavoro corale: Giangiacomo e Susanna Spalletti Trivelli, insieme all’agronoma Federica De Santis e all’enologa Mery Ferrara. Un progetto che non cerca l’effetto, ma la coerenza. «I nostri vini nascono dall’esperienza quotidiana di questo luogo», racconta Giangiacomo Spalletti Trivelli. Ed è una frase che suona vera, perché a Pomario il tempo è ancora una variabile reale.
Quello che rende questa tenuta una meta da segnare, però, è l’idea di ospitalità. Pomario non è solo da visitare, è da vivere. Le degustazioni diventano momenti di ascolto, l’assaggio dell’olio biologico è parte del racconto, i brunch tra i filari e le cooking class si inseriscono nel paesaggio senza forzarlo. Anche una semplice passeggiata tra le vigne qui ha un senso.
Il cibo segue la stessa filosofia: pranzi e cene pensati come rituali lenti, spesso all’aperto, tra terrazze panoramiche e vigneti. Si mangia seguendo la luce, le stagioni, il ritmo naturale delle giornate. Una di quelle esperienze che non si dimenticano perché non sono state “organizzate”, ma vissute.

Pomario è anche uno spazio scelto per wedding ed eventi. Le terrazze affacciate sui vigneti, illuminate dalle installazioni di Alberto Biagioli, creano una scenografia che non ruba la scena al paesaggio. La barricaia, raccolta ed elegante, è perfetta per celebrazioni intime; il piazzale sottostante accoglie eventi più ampi, sempre con la natura come orizzonte.
Per me Tenuta Pomario rappresenta esattamente il tipo di turismo che cerco: luoghi dove rallentare, ascoltare, mangiare bene e bere con consapevolezza. Non una destinazione da spuntare, ma un posto dove tornare.
Non a caso la stessa famiglia Spalletti Trivelli interpreta l’ospitalità anche a Roma, con Villa Spalletti Trivelli, boutique hotel nei pressi del Quirinale. Due contesti lontani, stessa idea di accoglienza: elegante, discreta, mai invadente.
Pomario resta lì, sulla mia lista. Non come promessa, ma come certezza.
