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Dolcenera su Cassano: l’alluvione e la forza dei Laghi di Sibari

Piogge violente tra Lattughella e Sibari: campi sommersi e museo allagato, ma Cassano reagisce con volontari e istituzioni sul posto.


Sibari

Dolcenera.

Così Fabrizio De André chiamava l’acqua quando smette di essere vita e diventa furia: “nera che spazza via”. Un nome che oggi risuona come un presagio nelle terre di Cassano allo Ionio, dove la natura ha mostrato il suo volto più crudele. Qui, nelle zone di Lattughella e ai Laghi di Sibari, l’acqua che per mesi sembrava mancare è tornata tutta insieme, trasformandosi in un incubo collettivo.

La pioggia non ha bussato. Ha invaso. Ha oltrepassato argini, strade, cortili. Ha colmato i campi fino a cancellarne i confini, trascinando con sé detriti, ricordi, sacrifici di generazioni. Dove l’agricoltura regalava prelibatezze che il mondo ci invidia, oggi resta un mare di fango. Un fango denso, pesante, che si attacca ai vestiti e alla pelle, ma soprattutto all’anima.

I Laghi di Sibari, perla turistica e orgoglio di questa terra, sono apparsi improvvisamente sommersi, confusi in un unico respiro con il mare. Non più specchio quieto di barche e tramonti, ma distesa indistinta, inquieta, senza linee di separazione. Come se la natura avesse deciso di cancellare, in poche ore, ciò che l’uomo aveva costruito in decenni.

Sibari

Eppure, nel cuore di questo disastro, Cassano non arretra. Non si piega. Reagisce.

Non ci sono più titoli, non esistono ruoli o mestieri. Non c’è il contadino, il commerciante, l’impiegato. Ci sono solo persone. Uomini e donne con le mani sporche di fango e gli occhi stanchi, che lavorano fianco a fianco per riprendersi ciò che resta. Case da svuotare, strade da liberare, affetti da salvare. In silenzio, con una dignità che commuove più di mille parole.

Ho cercato di contribuire, in minima parte — anzi, quasi nulla rispetto a quanto stanno facendo i cassanesi — e ciò che ho visto resterà inciso nella memoria. Volti segnati dal fango, sì, ma soprattutto dall’umiltà. Nessuna lamentela, nessuna rabbia urlata. Solo una forza composta, fatta di gesti ripetuti, di scope, di pale, di secchi passati di mano in mano. È in questi momenti che una comunità si mostra per ciò che è davvero.

Sibari

l fango non distingue. Non rispetta secoli, non riconosce il valore. Entra ovunque, si deposita, copre. E così, ciò che era stato salvato dal tempo, dalla guerra, dall’oblio, si è trovato improvvisamente vulnerabile davanti a una forza cieca. Le immagini dell’allagamento del museo sono diventate subito il simbolo di una fragilità più grande: quella del nostro patrimonio culturale di fronte all’emergenza climatica e all’incuria.

Da giorni, anche l’account social del Comune racconta questa resistenza quotidiana. Immagini e video che non cercano pietà, ma testimoniano presenza. Il primo cittadino, Giampaolo Iacobini, è lì, sui territori colpiti. Non dietro una scrivania, ma tra la gente. Offre conforto, coordina aiuti, ascolta. In tempi in cui spesso la politica appare distante, qui si fa prossimità, presenza fisica, condivisione del peso.

Sibari

E poi ci sono loro, gli angeli del fango. Ancora una volta. Arrivano senza clamore, armati solo di buona volontà e solidarietà. Ragazzi, famiglie, volontari che non chiedono nulla in cambio. Si chinano, spalano, ripuliscono. Dimostrano che, nelle tragedie, l’aspetto più forte dell’essere umano emerge quando tutto il resto sembra crollare. Sono loro il vero argine quando quelli di cemento cedono.

Questa non è solo la storia di un’alluvione. È il racconto di una terra che conosce la fatica, ma anche la resilienza. Calabria è così: aspra, generosa, ferita mille volte eppure sempre in piedi. Una terra che si piega, ma non si spezza.

Sibari

Cassano saprà risollevarsi. I campi torneranno a dare frutti, perché la terra, anche quando sembra morta, custodisce la memoria del seme. I Laghi di Sibari torneranno a riflettere il cielo, a separarsi dal mare, a essere di nuovo simbolo di bellezza e accoglienza. Ci vorrà tempo, certo. Ci vorranno aiuti, attenzione, responsabilità. Ma soprattutto ci vorrà quello che qui non è mai mancato: lo spirito di comunità.

Dolcenera continuerà a esistere, perché la natura non smette mai di ricordarci quanto siamo fragili. Ma Cassano, con le mani sporche e il cuore saldo, sta già scrivendo la risposta più potente: quella di chi perde tutto, ma non perde se stesso.

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