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Fontina DOP Alpeggio, il formaggio che tiene viva la montagna

La siccità mette alla prova i pascoli valdostani, ma la produzione tiene. Dietro ogni forma ci sono alpeggi, animali, casari e paesaggio.



Fontina DOP

La Fontina DOP Alpeggio appartiene a quella categoria di formaggi che non si possono raccontare separandoli dal luogo in cui nascono. Perché qui la montagna non è uno scenario: è parte del processo produttivo. Sono i pascoli, le razze bovine valdostane, l'erba disponibile, l'acqua, l'altitudine e il lavoro dell'uomo a costruire, estate dopo estate, l'identità di un formaggio che diventa anche un modo per leggere il territorio.
L'estate 2026 ha reso questo rapporto ancora più evidente. La scarsità d'acqua ha complicato la gestione degli alpeggi valdostani, aumentando i costi e obbligando allevatori e casari a confrontarsi quotidianamente con pascoli più difficili da governare.
Eppure la produzione di Fontina DOP tiene.
Un dato che racconta qualcosa di più di una semplice capacità produttiva: racconta la resistenza di un sistema agricolo di montagna.

Fontina DOP

Quell'18 per cento che vale molto più di una percentuale

Nel 2025 sono state certificate 353.048 forme di Fontina DOP. Di queste, 61.924 erano Fontina DOP Alpeggio: circa il 18% del totale.
Dentro quella percentuale si concentra forse il racconto più affascinante della denominazione.
La Fontina DOP Alpeggio nasce dal latte munto durante la permanenza delle mandrie in quota. Nei mesi estivi le bovine valdostane raggiungono i pascoli alpini, nutrendosi di erbe fresche e fiori di montagna.
Non è quindi semplicemente una Fontina prodotta d'estate.
È un formaggio stagionale legato allo spostamento degli animali, alla disponibilità dei pascoli e a un'organizzazione del lavoro che cambia seguendo la montagna.

Fontina DOP

Il formaggio segue l'erba

Uno degli aspetti più interessanti dell'alpeggio valdostano è proprio il movimento.
Le mandrie non salgono necessariamente in un unico luogo per restarci tutta l'estate. Il sistema dei tramuti prevede spostamenti progressivi verso quote differenti, per utilizzare i pascoli nel momento migliore.
Il formaggio, in qualche modo, segue l'erba.
Ed è forse questa l'immagine che meglio permette di comprendere cosa significhi davvero parlare di un prodotto legato al territorio.
La Valdostana Pezzata Rossa, la Pezzata Nera e la Castana sono razze bovine profondamente legate a questi ambienti, capaci di muoversi anche sui pendii alpini.
Il loro allevamento contribuisce a mantenere pascoli aperti, utilizzare prati che altrimenti rischierebbero l'abbandono e continuare a produrre economia in luoghi dove ogni attività richiede inevitabilmente più fatica.

Fontina DOP

Il latte crudo, la firma invisibile dell'alpeggio

Esiste una componente del formaggio che non si vede, ma che può raccontare moltissimo del luogo da cui proviene: il suo patrimonio microbiologico.
Nella cultura casearia del latte crudo, il latte non è considerato soltanto una materia prima da trasformare. È un elemento vivo, che porta con sé una complessità legata agli animali, all'alimentazione, all'ambiente e alle condizioni di produzione.
È proprio questa complessità, interpretata attraverso il sapere del casaro e una gestione rigorosa della lavorazione, a rendere così interessante la produzione casearia d'alpeggio.
Le erbe cambiano con la quota, la stagione modifica la composizione dei pascoli, le condizioni climatiche influenzano la disponibilità dell'alimentazione.
Non significa che ogni forma debba necessariamente essere diversa. Significa riconoscere che dietro un grande formaggio di montagna esiste una materia prima la cui ricchezza merita di essere rispettata e interpretata.
Il latte crudo diventa così parte di un patrimonio di conoscenze che coinvolge allevatori, casari e affinatori.
Un patrimonio fatto di esperienza, sensibilità, capacità di osservazione e controllo dei processi. Perché lavorare il latte crudo non significa rinunciare al rigore produttivo, ma mettere competenza e attenzione al servizio di una materia prima complessa.
È anche in questa cultura del fare che si riconosce il valore della Fontina d'alpeggio e delle persone che continuano a produrla in montagna.

Fontina DOP

La siccità cambia il lavoro in quota

L'estate appena conclusa ha ricordato quanto questo equilibrio sia fragile.
La scarsità d'acqua non significa soltanto abbeverare gli animali con maggiore difficoltà. Significa organizzare approvvigionamenti, governare pascoli sottoposti a stress, valutare continuamente disponibilità e qualità dell'erba.
Fulvio Blanchet, direttore del Consorzio Produttori e Tutela della DOP Fontina, mette l'accento proprio sulla capacità degli allevatori di leggere la montagna e prendere decisioni giorno dopo giorno, mantenendo al centro il benessere degli animali.
«La montagna non fa sconti e quest'anno la mancanza d'acqua si è fatta sentire. La produzione tiene, ma la siccità ha presentato il conto», osserva Blanchet.
Dietro la stabilità dei volumi produttivi c'è quindi un costo che i numeri da soli non raccontano.
Ed è probabilmente questo il punto più interessante: la montagna non è immobile. Cambia, costringe chi la vive ad adattarsi e rende ancora più evidente il valore delle conoscenze accumulate da chi lavora in quota.

Fontina DOP

La Desarpa, quando le mandrie tornano a valle

Alla fine dell'estate arriva la Desarpa, la discesa delle mandrie.
In diverse località valdostane il ritorno degli animali diventa festa collettiva, coinvolgendo allevatori, famiglie, comunità locali e visitatori.
Ma la Desarpa racconta soprattutto la chiusura di un ciclo agricolo.
Le bovine tornano verso valle, i pascoli riposano e le forme prodotte durante l'estate continuano il proprio percorso di maturazione.
Per chi visita la Valle d'Aosta, assistere alla Desarpa significa entrare in contatto con una dimensione della montagna che va ben oltre il paesaggio da cartolina.
Il territorio che il turista attraversa è anche il risultato di questo movimento continuo tra fondovalle e alta montagna.
Un paesaggio agricolo che esiste perché qualcuno continua a viverlo e lavorarlo.

Fontina DOP

Dalla fonduta al tortello: quando la Fontina cambia linguaggio

Poi arriva la cucina.
Lo chef Stefano Alessandro Marchetto parte dai grandi piatti valdostani: fonduta, polenta concia, zuppa alla valpellinese.
Ma proprio la Fontina DOP Alpeggio permette di andare oltre la semplice riproposizione dei classici.
Una zuppa alla valpellinese può diventare, nella sua interpretazione, un tortello ripieno di verza e Fontina servito nel brodo.
La fonduta può incontrare persino un caviale di idromele, lavorando su temperature, consistenze e contrasti.
«La chiave è rispettare il carattere della Fontina, lasciando che la sua identità e la sua ricchezza aromatica restino protagoniste», spiega Marchetto.
È un passaggio interessante perché dimostra quanto un prodotto fortemente territoriale non debba necessariamente restare confinato nel repertorio storico.
Più è riconoscibile la materia prima, più può permettersi di cambiare linguaggio.
E quando si lavora con un formaggio d'alpeggio, la cucina ha anche la possibilità di raccontare qualcosa di chi lo produce.

Fontina DOP

La Fontina come destinazione

Resta infine un tema che interessa sempre di più il turismo enogastronomico.
La Fontina DOP Alpeggio può essere letta non soltanto come prodotto da acquistare o assaggiare, ma come porta d'ingresso alla montagna valdostana.
Seguire la Fontina significa risalire verso gli alpeggi, conoscere le razze bovine locali, osservare il lavoro dei casari, comprendere il ruolo dei pascoli, incontrare gli allevatori, scoprire la Desarpa e poi ritrovare quel formaggio nei piatti dei ristoranti.
È esattamente il passaggio che trasforma una DOP in esperienza turistica.
Un modello particolarmente interessante perché rende visibile ciò che spesso rimane dietro una fetta di formaggio: il lavoro necessario per mantenere produttiva e abitata la montagna.
E per il viaggiatore curioso, quello disposto ad abbandonare per qualche ora i percorsi più frequentati, può diventare un modo diverso di conoscere la Valle d'Aosta.
Non soltanto attraverso panorami e sentieri, ma attraverso le persone che custodiscono un mestiere e continuano a dare un significato economico e sociale agli alpeggi.
La siccità del 2026 ha messo quel sistema sotto pressione. Il fatto che la produzione abbia tenuto è certamente una buona notizia.
Ma la storia più importante viene prima dei numeri.
La Fontina DOP Alpeggio non racconta semplicemente un formaggio fatto in montagna. Racconta una montagna che, anche grazie a quel formaggio, continua a essere vissuta, lavorata e attraversata.
E forse è proprio per questo che la Fontina d'alpeggio non chiede soltanto di essere assaggiata.
Chiede di essere raggiunta.

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