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Valle Isarco, quando il paesaggio cambia sapore

Tra Chiusa, Barbiano, Velturno e Villandro l’autunno profuma di vino nuovo, castagne, prugne, pere e Krapfen verdi.



Valle Isarco

L’autunno in Valle Isarco non arriva tutto insieme. Prima cambia la luce, poi l’odore dell’aria. Nei vigneti comincia la vendemmia, nei frutteti si raccolgono mele e prugne, lungo i sentieri cadono i primi ricci di castagna. Poco dopo dai masi esce il profumo del vino nuovo, dalle cucine quello dei Krapfen appena fritti. È forse questo il momento più bello per attraversare Chiusa, Barbiano, Velturno e Villandro, quattro borghi dell’Alto Adige che in pochi chilometri raccontano una montagna fatta anche di orti, vigne, frutteti e tavole.
La Valle Isarco d’autunno va osservata con calma. Le Dolomiti rimangono sullo sfondo, ma a interessare sono soprattutto i dettagli più vicini: una pergola carica d’uva, un castagneto che segue il pendio, una mela ancora fredda raccolta dall’albero, il fumo che sale da una stufa. Qui il paesaggio cambia colore e, quasi contemporaneamente, cambia sapore.

Valle Isarco
A tenere insieme tutto è il Törggelen, il rito altoatesino legato al vino nuovo, particolarmente radicato proprio nella Valle Isarco. Ridurlo a una cena a base di speck, canederli e castagne sarebbe però un errore. Il Törggelen nasce dal movimento: si cammina tra i vigneti e i masi, si entra nelle Stube, si assaggia il mosto e poi il vino giovane, si mangiano i piatti della stagione. Prima viene il territorio, dopo arriva la tavola.
È questo rapporto diretto tra cammino e cibo a rendere interessante questa parte dell’Alto Adige per chi cerca una destinazione gastronomica capace di raccontarsi senza artifici.

Un sentiero che sa di castagne

Uno dei fili migliori da seguire è il Sentiero del Castagno, il Keschtnweg, che attraversa la Valle Isarco collegando vigneti, boschi, frutteti e masi. Attorno a Velturno il castagno non è soltanto una presenza scenografica: circa 3.300 alberi circondano il paese e ne segnano da secoli il paesaggio agricolo.
Camminando verso Chiusa capita però qualcosa di curioso. Nel mezzo di un percorso dedicato alle castagne compaiono i meleti. Ed è proprio la mela uno dei primi segnali dell’autunno gastronomico della valle. Nei mesi della raccolta entra nelle cucine e torna in una preparazione semplicissima: anelli di mela passati nella pastella, fritti e finiti con zucchero e cannella.
Un dolce elementare, quasi domestico, che dice molto più di tante costruzioni gastronomiche elaborate: la cucina della montagna è stata a lungo una cucina capace di usare ciò che maturava a pochi passi dalla porta.

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Poi arrivano le castagne. Scoppiettano sulla brace, riempiono i mercati di Velturno e diventano uno dei sapori inevitabili del Törggelen. Tra il 17 ottobre e l’8 novembre 2026, le Settimane delle Castagne riportano il paese intorno a questo frutto, tra passeggiate, mercati e assaggi.
Ma il bello è arrivarci a piedi, magari dopo aver attraversato un castagneto.

Il vino nuovo racconta la vendemmia

Scendendo verso Chiusa, il paesaggio si stringe intorno all’Isarco. Sopra il borgo medievale appare il Monastero di Sabiona, mentre sulle pendici la vite occupa ogni spazio possibile.
La Valle Isarco è una delle aree viticole più settentrionali d’Italia e ha trovato nei vini bianchi una voce molto riconoscibile. Sylvaner, Kerner e Müller Thurgau sono nomi ormai familiari a chi frequenta il vino altoatesino, ma in autunno vale la pena dimenticare per qualche momento degustazioni tecniche e punteggi.
Nei masi arriva infatti il vino nuovo.
È giovane, irrequieto, talvolta ancora torbido. Non deve dimostrare niente. Serve soprattutto a raccontare che la vendemmia è appena passata e che la cantina sta ricominciando il suo lavoro.

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Il Törggelen a Chiusa, dal 18 al 20 settembre 2026, porta questa cultura anche nelle strade del centro, tra canederli, Schlutzkrapfen, salsicce, crauti, Strauben e castagne. La parte interessante però rimane quella relazione quasi fisica tra il bicchiere e le vigne che si vedono appena oltre le case.
Bere qui significa comprendere meglio da dove arriva quel vino.

Barbiano, prugne e un campanile storto

Poco più a sud, Barbiano si riconosce già da lontano per il campanile inclinato della chiesa. Potrebbe bastare questo per fermarsi, ma sarebbe un peccato non guardare anche ai frutteti.
Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno il paese profuma di prugne. Dal 29 agosto al 13 settembre 2026 le Settimane delle Prugne trasformano questo piccolo frutto in una chiave per leggere il territorio.
È uno degli aspetti più interessanti del turismo gastronomico contemporaneo: non sempre servono prodotti famosi o grandi denominazioni. A volte basta una prugna, se dietro esistono un paesaggio, una comunità e una cucina capaci di darle significato.
Barbiano aggiunge poi cascate, sentieri e boschi. Il cibo torna così a essere una conseguenza della giornata, non il suo unico scopo.

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Una farina di pere nata quando lo zucchero era un lusso

Poco lontano da Chiusa, a Verdignes, sopravvive una storia che meriterebbe molta più attenzione.
È quella del Birmehl, la farina ottenuta dalle pere essiccate e macinate. Nelle case contadine veniva impiegata come dolcificante quando comprare zucchero significava sostenere una spesa difficile da affrontare. Una necessità domestica è diventata nel tempo patrimonio gastronomico.
Dal 21 al 27 settembre 2026, l’Autunno della farina di pera riporta questo ingrediente nelle cucine e nelle locande.
Piace soprattutto il significato che porta con sé. Molte cucine di territorio oggi vengono raccontate attraverso concetti complicati; il Birmehl ricorda invece che parecchie delle preparazioni più interessanti sono nate da una domanda molto concreta: come facciamo a non sprecare quello che abbiamo?
Una pera essiccata può raccontare economia rurale, stagionalità e vita quotidiana meglio di molte pagine di storia.

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E poi arrivano i Krapfen verdi

La sorpresa gastronomica di Velturno ha una forma allungata e finisce nell’olio bollente.
Sono i Krapfen verdi, o grüne Krapfen, una preparazione molto diversa dal Krapfen dolce che conosciamo. Qui entrano spinaci, ricotta, patate e segale. Si mangiano caldi, con quella crosta che cede subito sotto i denti e il ripieno morbido che profuma di cucina di casa.
Per anni sono stati un cibo quotidiano delle famiglie contadine, preparato anche il sabato e accompagnato da un bicchiere di latte. Oggi rappresentano una piccola rarità gastronomica.
Ed è proprio questo il loro fascino.
Non sono stati inventati per attirare viaggiatori. Esistevano prima che qualcuno decidesse di trasformare il cibo in motivo di viaggio. Il turismo è arrivato dopo.
Durante il Törggelen, nei masi e nei mercati della zona, capita ancora di vedere gruppi di donne preparare l’impasto, stenderlo, farcirlo e friggere i Krapfen uno dopo l’altro. Vale forse più questa scena di qualsiasi descrizione.

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Villandro, dove il racconto sale di quota

Verso Villandro il paesaggio si apre. L’alpe sale tra i 1.700 e i 2.500 metri e cambia di nuovo il rapporto con il territorio. Spariscono progressivamente i frutteti, aumentano pascoli, boschi e malghe, mentre le Dolomiti occidentali entrano stabilmente nell’orizzonte.
Anche qui il Törggelen rimane un buon pretesto per entrare nei masi, ma sarebbe riduttivo partire soltanto per mangiare.
Prima vale la pena camminare.
La fame che arriva dopo qualche chilometro su un sentiero cambia persino il modo di leggere un piatto. Speck, pane, formaggi, canederli, castagne e un bicchiere di vino diventano parte dello stesso paesaggio appena attraversato.
È questa forse la vera lezione gastronomica della Valle Isarco.

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L’autunno ha ancora un ordine

Prugne, mele, pere, uva, vino nuovo, castagne. Poi i Krapfen che finiscono nell’olio.
In Valle Isarco l’autunno conserva ancora una sequenza.
Ogni cosa arriva quando deve arrivare.
Per chi viaggia tra Chiusa, Barbiano, Velturno e Villandro, questa successione diventa un modo semplice per leggere il territorio. Non occorre inseguire attrazioni spettacolari né collezionare indirizzi. Basta seguire ciò che matura.
Forse il lusso più grande di questi borghi dell’Alto Adige è proprio questo: possedere ancora una stagione gastronomica riconoscibile.
Una stagione che comincia nei campi, passa attraverso i sentieri, entra nelle cucine dei masi e alla fine arriva nel piatto.
Il paesaggio, nel frattempo, ha già cambiato sapore.

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