WeFood, quando le aziende del gusto diventano luoghi da visitare
Il 7 e 8 novembre cantine, caseifici, birrifici, distillerie e produttori italiani diventano luoghi da visitare, conoscere e vivere.
Il 7 e 8 novembre 2026 torna il festival delle Fabbriche del Gusto. cantine, caseifici, birrifici, distillerie e aziende alimentari aprono le porte al pubblico e trasformano la produzione in esperienza. Un modo concreto per conoscere meglio prodotti, persone e territori.
Una bottiglia assaggiata davanti a uno scaffale resta una bottiglia. La stessa bottiglia bevuta dopo aver attraversato la cantina, incontrato chi la produce e visto il luogo da cui nasce racconta molto di più. Lo stesso vale per un formaggio quando si entra nel caseificio, per un distillato davanti all’alambicco, per un aceto tra le botti o per il caffè mentre si scoprono tostatura, profumi e lavorazioni.
È questa la chiave più interessante di WeFood, il festival delle Fabbriche del Gusto che sabato 7 e domenica 8 novembre 2026 torna per la sua quindicesima edizione: portare il pubblico là dove il cibo e il vino vengono realmente prodotti. Non una fiera nella quale le aziende escono dal proprio contesto per presentarsi, ma il contrario: sono i visitatori a entrare nei luoghi di produzione.
Cantine, birrifici artigianali, caseifici, distillerie, frantoi, produttori di salumi, dolci, ortaggi e specialità alimentari possono costruire durante il weekend un proprio programma fatto di visite, degustazioni, laboratori, showcooking, incontri e approfondimenti. La formula è semplice, ma intercetta uno dei cambiamenti più evidenti nel turismo enogastronomico: non basta più sapere cosa mangiamo o cosa beviamo. Sempre più persone vogliono capire chi produce, come lavora e perché quel prodotto nasce proprio in quel territorio.

WeFood lavora da anni su questo incontro tra impresa, gastronomia e turismo. Nel 2019 l’organizzazione aveva registrato circa 15.000 visitatori nelle Fabbriche del Gusto, mentre nelle edizioni successive il numero delle aziende coinvolte ha superato in più occasioni le sessanta unità. Negli anni il format si è progressivamente allargato dal Nordest ad altre regioni italiane, mettendo insieme cantine, acetaie, distillerie, aziende agricole, musei del gusto e laboratori artigiani.
Ed è proprio questa dimensione diffusa a renderlo interessante. Non serve costruire un grande evento in un unico luogo: il territorio esiste già e sono le aziende a diventare le tappe di un itinerario.
Nel 2025 hanno partecipato, tra le altre, Acetaia Giusti a Modena, Astoria Wines a Susegana, Maeli a Baone sui Colli Euganei, La Viarte a Prepotto, Brunello 1840 a Montegalda, Lattebusche a San Pietro in Gu e il Museo del Caffè Dersut a Conegliano. Realtà molto diverse tra loro, accomunate dalla possibilità di mostrare al pubblico ciò che normalmente rimane dietro le quinte.
Per un territorio questa apertura può avere un valore che va oltre la semplice visita aziendale. Entrare in una cantina dei Colli Euganei può diventare il motivo per fermarsi a Baone, Arquà Petrarca o nelle località termali vicine. Visitare una distilleria a Nimis può spingere a scoprire i Colli Orientali del Friuli. Un’acetaia modenese può raccontare Modena attraverso il prodotto quanto un museo o un palazzo storico.

La Fabbrica del Gusto diventa così anche una porta d’ingresso nella destinazione. Il prodotto non è più soltanto qualcosa da acquistare, ma una ragione per partire.
È una dinamica che riguarda sempre più da vicino le aziende agroalimentari. Per anni cantine, stabilimenti e laboratori sono stati considerati esclusivamente luoghi di lavoro. Oggi possono diventare anche spazi di relazione, racconto e promozione. Vedere una lavorazione aiuta a comprenderne la complessità, incontrare un produttore dà un volto al marchio, attraversare un vigneto o entrare in una sala di affinamento permette di capire perché due prodotti apparentemente simili possano essere profondamente diversi.
Aprire l’azienda significa quindi anche lavorare sul valore percepito del prodotto.
Ma non basta spalancare un portone. Bisogna imparare a raccontare ciò che accade all’interno. Qual è il gesto che può sorprendere un visitatore? Chi deve accompagnarlo? Quale fase della produzione merita di essere vista? La fermentazione del vino, la lavorazione del latte, l’affinamento dell’aceto, la tostatura del caffè o il funzionamento di un alambicco possono diventare ottimi strumenti narrativi quando vengono spiegati con semplicità.
Forse è proprio questo uno degli aspetti meno evidenti di WeFood: spinge le imprese a guardarsi con gli occhi di chi arriva da fuori. E qualche volta permette anche al produttore di riscoprire quanto sia interessante ciò che per lui è semplicemente il lavoro di ogni giorno.

Per l’edizione 2026 le aziende possono costruire liberamente il proprio programma scegliendo tra visite guidate, degustazioni, laboratori, showcooking, seminari e talk.
Ma al di là della formula organizzativa rimane una domanda interessante: quanto vale far vedere a un consumatore ciò che normalmente rimane dietro una porta chiusa?
Probabilmente molto. Perché un’etichetta si può dimenticare. Il ricordo di una giornata trascorsa nel luogo dove quella bottiglia, quel formaggio, quell’aceto o quel distillato sono nati molto meno.

Ed è anche così che si promuove un territorio: non limitandosi a raccontare cosa produce, ma invitando le persone ad andare a vedere dove, come e soprattutto da chi viene prodotto.