La reputazione del latte altoatesino è nelle mani delle donne
Dai masi in alta quota alla guida delle latterie, quattro donne raccontano chi costruisce ogni giorno la qualità del latte altoatesino.
- Dalle gemelle kaserer, che si sfidano sulla qualità del latte in alta quota, a chi guida le latterie: storie di donne che ogni giorno danno valore all'alto adige, ai suoi masi e alla sua montagna.
Dalle gemelle Kaserer, che si sfidano sulla qualità del latte in alta quota, a chi guida le latterie: storie di donne che ogni giorno danno valore all'Alto Adige, ai suoi masi e alla sua montagna.
La reputazione di un territorio può cominciare alle 6.30 del mattino, quando il latte sale su una funivia e scende a valle. Succede a San Martino al Monte, sopra Laces, in Alto Adige. Al maso Unterköben, a 1.750 metri di altitudine, Erika Kaserer ha già terminato la mungitura. Il latte deve raggiungere la funivia in tempo per la prima corsa del mattino. Da lì comincerà il suo viaggio verso la latteria. Quel latte porta con sé qualcosa che non compare sull'etichetta: la responsabilità di mantenere ogni giorno una promessa di qualità. Una promessa sulla quale l'Alto Adige ha costruito buona parte della propria identità agroalimentare. Perché la reputazione non si improvvisa, non basta raccontarla e nemmeno promuoverla. Bisogna meritarla. Ogni mattina. E le donne sono tra le protagoniste di questa reputazione.

Due gemelle, due masi e una sfida tutta altoatesina
La storia di Erika ha un particolare che sembra scritto apposta per essere raccontato. Qualche centinaio di metri più in basso, a circa 1.650 metri, lavora sua sorella gemella Monika Kaserer. Due sorelle, due masi, due famiglie e una competizione che dura da anni. Non riguarda la quantità di latte prodotto, ma la sua qualità. Monika, insieme al marito Christian, conduce il maso Platztair, che già nel 2012 e nel 2015 aveva ottenuto importanti riconoscimenti per la qualità del latte. Risultati che per Erika sono diventati uno stimolo a migliorarsi. Tra le due sorelle il confronto è continuo. Gestione degli animali, attenzione alla mungitura, alimentazione, pulizia, organizzazione della stalla. Una competizione familiare fatta di piccoli dettagli, consigli e quella sana determinazione che appartiene a chi conosce bene il proprio mestiere. Nel 2025 arriva il risultato: Erika diventa la prima donna a ottenere il riconoscimento di migliore fornitrice di latte dell'Alto Adige. Un primato personale, certamente. Ma anche il riconoscimento di un lavoro femminile che nei masi di montagna è sempre stato fondamentale, pur rimanendo spesso lontano dai riflettori. La cosa più interessante, però, non è stabilire quale delle due sorelle sia più brava. È immaginare queste due donne che, a pochi tornanti di distanza, contribuiscono ogni giorno a costruire la stessa reputazione.

Il vero marchio di qualità comincia nella stalla
Il latte altoatesino gode di un riconoscimento che supera ampiamente i confini provinciali. È associato alla montagna, alla cura degli animali, ai pascoli e a un sistema produttivo nel quale i piccoli masi continuano ad avere un ruolo determinante. Ma dietro questa immagine rassicurante esistono giornate lunghe, responsabilità e competenze che difficilmente entrano nelle fotografie destinate ai turisti. La qualità non nasce quando il prodotto arriva sul banco di un negozio. Comincia molto prima, nella gestione quotidiana della stalla. Le condizioni degli animali, la pulizia delle attrezzature, la conservazione del latte e la puntualità della raccolta sono elementi essenziali di un sistema che deve garantire standard elevati anche quando produrre significa affrontare le difficoltà della montagna. In Alto Adige sono 607 le imprese femminili attive nell'allevamento bovino da latte, pari all'11,6% delle aziende del comparto. Un numero che racconta soltanto una parte della realtà. Perché molte altre donne lavorano nei masi senza esserne formalmente titolari. Si occupano degli animali, dell'amministrazione, dei prati, dei figli e di tutte quelle attività che consentono a un'azienda agricola familiare di continuare a funzionare. Il loro contributo è spesso difficile da misurare. Ma sarebbe altrettanto difficile immaginare la montagna altoatesina senza di loro.

Bettina Kofler, quando il maso diventa anche impresa
A Collepietra, nel comune di Cornedo all'Isarco, a circa 980 metri di altitudine, la storia prende una direzione diversa. Bettina Kofler lavora al maso Vieiderhof insieme al marito Daniel, ai suoceri e ai tre figli. L'azienda alleva circa 20-25 vacche di razza Grigio Alpina e produce latte fieno. La giornata agricola è fatta di animali, famiglia e attività che seguono il ritmo delle stagioni. Ma Bettina ha deciso di aggiungere una dimensione imprenditoriale al proprio lavoro, sviluppando un servizio di catering che valorizza soprattutto i prodotti del maso. È un passaggio significativo. Il latte, l'allevamento e l'agricoltura non rimangono confinati alla produzione. Diventano ingredienti di una proposta gastronomica capace di raggiungere persone che forse non hanno mai visitato una stalla. Bettina porta il maso fuori dal maso. E lo fa senza perdere il legame con l'attività agricola, dimostrando come la montagna possa generare nuove opportunità economiche partendo dalle competenze di chi la vive. Bettina è anche vicepresidente dell'Associazione delle Donne Coltivatrici Sudtirolesi, un'organizzazione che riunisce circa 17.000 iscritte. Una comunità femminile che contribuisce alla formazione, alla condivisione delle esperienze e alla diffusione della cultura agricola, anche attraverso attività rivolte alle scuole. Perché spiegare a un bambino da dove arriva il latte significa fare qualcosa di più che educazione alimentare. Significa costruire una relazione tra chi produce e chi consuma. E anche questa, in fondo, è reputazione.

Annemarie Kaser, dalla vita nel maso alla guida delle latterie
La storia di Annemarie Kaser comincia a Luson, in un maso di montagna dove il latte faceva parte della vita quotidiana. Oggi è direttrice della Federazione Latterie Alto Adige, una realtà centrale nell'organizzazione e nella valorizzazione del settore lattiero-caseario provinciale. Il suo percorso racconta un'altra dimensione della presenza femminile: quella delle responsabilità organizzative e delle decisioni che riguardano il futuro della filiera. Perché produrre latte in montagna significa confrontarsi anche con questioni economiche molto concrete. I masi sono spesso piccoli, distribuiti su versanti difficili da raggiungere, con costi di produzione e raccolta che non possono essere paragonati a quelli delle grandi aziende di pianura. Il sistema cooperativo altoatesino permette a circa 4.000 masi di montagna di partecipare alla filiera lattiero-casearia, mantenendo un collegamento tra produzione, trasformazione e mercato. È un modello nel quale la reputazione collettiva dipende dal lavoro di ogni singolo allevatore. Un latte di qualità nasce nel maso, ma acquista forza economica attraverso un sistema capace di riconoscerne e valorizzarne le caratteristiche. La storia di Annemarie dimostra come le competenze maturate nel mondo agricolo possano arrivare fino ai luoghi nei quali si assumono decisioni strategiche. E ricorda che il contributo delle donne non riguarda soltanto la cura degli animali, ma anche la capacità di orientare il futuro economico della montagna.

Il paesaggio dell'Alto Adige non cresce da solo
Per chi visita l'Alto Adige, i prati curati, le malghe, i pascoli e i masi sui pendii rappresentano una parte fondamentale dell'esperienza turistica. Sono immagini che hanno contribuito a rendere questa destinazione riconoscibile nel mondo. Ma dietro quella bellezza esiste un lavoro quotidiano che troppo spesso viene dato per scontato. Il paesaggio non cresce da solo. Qualcuno deve prendersene cura. Mantenere produttivi i prati, allevare animali, gestire i pascoli e continuare a vivere nei masi più isolati significa contribuire alla conservazione di un territorio che ha fatto della propria identità rurale un importante elemento di attrattività. Ecco perché il valore del latte altoatesino non può essere misurato soltanto attraverso la produzione o il prezzo riconosciuto agli allevatori. Il suo valore coinvolge anche il turismo, la gastronomia, l'ospitalità e la capacità della montagna di mantenere vive le proprie comunità. Il viaggiatore che fotografa un maso immerso nei prati forse non immagina quante ore di lavoro siano necessarie per mantenere quel paesaggio. E quanto spesso, dietro quel lavoro, ci siano mani femminili.

Le donne e il futuro della montagna altoatesina
Il 2026 è l'Anno Internazionale della Donna Agricoltrice, proclamato dalle Nazioni Unite per riconoscere il contributo femminile ai sistemi agroalimentari. Un'occasione importante, a patto di non trasformarla nell'ennesima celebrazione fatta di parole e fotografie. Le storie di Erika, Monika, Bettina e Annemarie raccontano qualcosa di più concreto. Raccontano competenza, responsabilità economica, capacità imprenditoriale e un rapporto con la montagna che non ha bisogno di essere idealizzato. Sono donne che lavorano, prendono decisioni, affrontano difficoltà e contribuiscono a dare continuità a un sistema produttivo. La loro presenza è anche una risposta a una delle grandi questioni che riguardano le terre alte: come rendere possibile e desiderabile continuare a viverci. Perché senza aziende agricole, senza famiglie e senza nuove generazioni disposte a raccogliere il testimone, anche il paesaggio più bello rischia di perdere una parte della propria identità. La reputazione di un territorio, dopotutto, non riguarda soltanto quello che è riuscito a costruire. Riguarda anche quello che sarà capace di conservare e far crescere.

La reputazione non si compra, si costruisce ogni mattina
L'Alto Adige ha saputo trasformare la qualità agroalimentare in uno dei pilastri della propria riconoscibilità. Il latte, i formaggi, i masi e la cultura dell'allevamento sono parte di un racconto territoriale che riesce a parlare contemporaneamente al consumatore e al turista. Ma nessuna campagna di comunicazione, per quanto efficace, potrebbe sostenere a lungo una promessa non mantenuta. Per questo le storie delle quattro donne altoatesine meritano di essere raccontate. Non perché siano un'eccezione da applaudire, ma perché rendono visibile un lavoro che sostiene ogni giorno il valore di un intero territorio. La reputazione dell'Alto Adige non nasce nelle campagne pubblicitarie. Comincia molto prima, quando fuori è ancora buio e qualcuno apre la porta di una stalla. E lassù, sopra Laces, mentre il latte di Erika prende la funivia delle 6.30, quella promessa ricomincia il suo viaggio verso valle.

