Dal fish & chips ai vigneti del Sussex: il nuovo racconto gastronomico britannico
Il Regno Unito trasforma vino, pub e produzioni locali in esperienze turistiche tra campagne, città e nuovi itinerari
Per decenni il Regno Unito ha convissuto con una reputazione gastronomica fragile, spesso bersaglio delle ironie europee. Ancora oggi, secondo una ricerca di Visit Britain citata da Greg Richards della Breda University of Applied Sciences e della Tilburg University, il Paese occupa soltanto il 21° posto mondiale per reputazione culinaria. Francesi e italiani continuano a considerare la cucina britannica distante dall’idea di grande gastronomia europea.
Eppure qualcosa sta cambiando. Non tanto nei piatti simbolo, quanto nel modo in cui gli inglesi stanno imparando a raccontare il cibo, il territorio e l’esperienza del viaggio.
La vera novità britannica non è il tentativo di competere con l’Italia o con la Francia sul terreno della cucina identitaria. L’opportunità nasce altrove: nella capacità di trasformare il cibo in un linguaggio turistico contemporaneo, aperto, esperienziale e fortemente territoriale.
Il Regno Unito sta costruendo una nuova geografia del gusto.
Nel Sussex, nel Kent e in altre aree del sud dell’Inghilterra, il vino è diventato il simbolo di questa trasformazione. I numeri raccontano un interesse crescente: oltre 1,5 milioni di visitatori hanno raggiunto i vigneti britannici nel 2023, con una crescita del 55% rispetto all’anno precedente. Oggi sono circa 300 le cantine aperte al pubblico, molte delle quali propongono degustazioni, soggiorni, itinerari rurali ed esperienze all’aria aperta.

Il cambiamento climatico ha certamente favorito la qualità dei vini inglesi, soprattutto degli spumanti, ma il fenomeno non riguarda soltanto la produzione. Riguarda soprattutto il turismo.
Le vigne inglesi stanno diventando luoghi di esperienza.
Nel Rother Wine Triangle, nel Sussex, sette cantine sono state collegate attraverso un percorso enoturistico tra Hastings, Rye e Flimwell. Qui il paesaggio agricolo si trasforma in racconto: microclimi, terreni sabbiosi, colline morbide e villaggi rurali diventano parte integrante dell’esperienza del vino.
Altrove si organizzano viaggi sui treni storici British Pullman verso le tenute del Kent, sessioni di yoga tra i filari nel Surrey, glamping nei vigneti dello Yorkshire e persino corse settimanali tra le vigne.
L’enoturismo britannico appare meno legato ai rituali classici della degustazione e più vicino a un’idea immersiva di ospitalità rurale.
Anche nelle città il cibo sta cambiando funzione. A Londra Est, nel quartiere di Dalston, l’ex Cooke’s Pie & Mash Shop diventerà The Black Eel: non soltanto ristorante, ma spazio sociale con karaoke, shuffleboard, freccette e beer garden. Un vecchio locale popolare viene reinterpretato come luogo di aggregazione contemporanea.
Il cibo, in questo caso, diventa strumento di rigenerazione urbana.

L’aspetto più interessante è che gli inglesi sembrano aver compreso una delle trasformazioni centrali del turismo contemporaneo: il visitatore non cerca soltanto un prodotto da consumare, ma un contesto da vivere.
Per questo Visit Britain insiste oggi su laboratori di gin, corsi di panificazione, scuole di salsicce, incontri con birrai, macellai e apicoltori. Non semplice ristorazione, ma partecipazione.
È una forma di turismo creativo che avvicina il pubblico ai mestieri, alle comunità locali e alle produzioni artigianali.
Ed è proprio qui che il cambiamento britannico può diventare interessante anche per il turismo europeo.
Come osserva Roberta Garibaldi nei suoi studi dedicati al turismo enogastronomico, il cibo rappresenta sempre più una leva motivazionale del viaggio e uno strumento per entrare in relazione con i territori. In questa prospettiva, la crescita della cultura gastronomica britannica potrebbe avere effetti anche sui flussi turistici internazionali.

Un pubblico che acquisisce familiarità con vigneti visitabili, percorsi rurali, degustazioni e laboratori artigianali nel proprio Paese tende infatti a sviluppare maggiore sensibilità verso esperienze simili all’estero.
Chi oggi scopre il Sussex attraverso il vino potrebbe domani scegliere la Toscana, il Piemonte o la Borgogna con uno sguardo diverso: meno orientato soltanto al consumo e più interessato ai paesaggi, alle produzioni locali e all’incontro con le comunità.
Per anni l’Italia ha potuto contare su una reputazione gastronomica quasi spontanea. Il Regno Unito, invece, sta costruendo adesso la propria narrazione del gusto e lo sta facendo con un approccio molto contemporaneo: meno legato ai codici classici della gastronomia e più vicino all’esperienza, all’ospitalità rurale e alla partecipazione.
Forse il nuovo turismo gastronomico britannico non punta a diventare “migliore” di altri modelli europei. Punta piuttosto a creare nuovi viaggiatori del gusto.
E proprio questa potrebbe diventare la sua occasione più interessante.