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I ceci, simbolo per eccellenza di sostenibilità

Il potere sottovalutato del cece, poliedrico nel suo utilizzo e protagonista della scena ambientale



È difficile pensare come un seme così piccolo possa considerarsi campione di sostenibilità, eppure il cece sta diventando un legume molto trendy tra le nuove generazioni: non solo possiede elevate proprietà nutrizionali, ma è anche simbolo della coltivazione sostenibile e custode della biodiversità ambientale.

Quanto ne sapete di ceci?

Che cosa sia il cece non è un segreto: è una leguminosa che genera i suoi semi (i ceci appunto) all’interno di baccelli.

Il suo nome scientifico dei ceci è Cicer arietinum, dove arietinum si riferisce alla somiglianza che i semi hanno con il profilo della testa di un ariete.

Ciò che forse non sapete, e che potrebbe esservi utile per partecipare a “Chi vuol essere milionario?”, è che il nome di Cicerone è legato a questo seme: Plutarco, nelle sue “Vite Parallele”, afferma che a un lontano antenato di Marco Tullio fu attribuito questo soprannome a causa di un’escrescenza che aveva sul naso a forma di cece. Ora che avete la risposta alla domanda da 70.000 Euro, vi svelo l’origine di questo legume.
I ceci simbolo di sostenibilità

Ceci: da dove provengono e dove si coltivano

I ceci hanno un’origine antichissima. Alcuni fossili della pianta del cece ci svelano la sua presenza in Turchia già nel 5450 a.C. Abbiamo altri ritrovamenti in Iraq, risalenti all’età del Bronzo (3300 a.C.) e in Egitto tra il 1580 e il 1100 a.C. Successivamente la specie si è diffusa dall’Asia occidentale a ovest, nell’area mediterranea e a est dell’India, raggiungendo le Americhe solo nel corso del XVI secolo. A oggi la coltivazione dei ceci è prevalente in India, Australia, Pakistan, Myanmar ed Etiopia.

Nel nostro paese li troviamo principalmente in Liguria e in Toscana, con i piatti tipici quali la cecina, la farinata e la panissa (gli stessi ingredienti della farinata, ma senza olio d’oliva), e al Centro e Sud Italia, in particolare in Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata, consumati come minestra o nella classica pasta e ceci.

L’Italia dei ceci

Anche se la produzione in Italia è inferiore rispetto alle altre nazioni già citate, le varietà di questo legume sono molteplici. Tra le tante, ne spiccano alcune che sono delle vere e proprie eccellenze autoctone, come i ceci neri di Matera, quelli delle Murge, i ceci gialli della Val d'Orcia, i ceci rossi ai piedi del Gran Sasso di Navelli e di Orco Feligno. Le proprietà nutrizionali alterano il colore dei semi: i ceci rossi, caratterizzati da un sapore più rustico, sono ricchi di sali minerali, tanto quanto i ceci neri, che hanno però una maggiore quantità di ferro.

Vi starete chiedendo a questo punto come mai abbia citato le parole “sostenibilità” e “biodiversità”. Ebbene, ogni caratteristica del cece è collegata all’altra. La varietà della pianta è collegata al terroir di provenienza e alla sua tutela ambientale. La sostenibilità ambientale a quella alimentare, la quale a sua volta può contribuire alla sostenibilità sociale dei paesi sottosviluppati. Andiamo con ordine.
I ceci simbolo di sostenibilità

Proprietà nutritive e le virtù terapeutiche dei ceci

Le proprietà nutritive e le virtù terapeutiche dei ceci erano molto note agli antichi romani, tanto che la dieta dei gladiatori era prevalentemente vegetariana e prevedeva i ceci. Ve lo sareste mai immaginato?

I ceci sono infatti un alimento tra i più completi. Sono energetici, poveri di grassi, ricchi di proteine vegetali (che possono sostituire quelle animali) e di fibre che garantiscono un senso di sazietà. Contengono sali minerali, ferro, calcio, fosforo, potassio e vitamine A e B. Grazie alle molte proprietà ad alto valore nutritivo, assicurano elevate virtù terapeutiche, quali benefici per il cuore e per la circolazione, l’anemia, favoriscono la digestione e prevengono le malattie metaboliche. Non per nulla in Germania, durante la Prima Guerra Mondiale, i ceci tostati fungevano da sostitutivi dei chicchi di caffè, garantendo lo stesso effetto energizzante.Un campo di ceci

Parola d’ordine: sostenibilità

I ceci sono un cibo talmente sano e nutriente da essere protagonista della sostenibilità alimentare e sociale: la coltivazione e il loro consumo quotidiano potrebbero combattere la malnutrizione diffusa nei paesi più poveri, migliorandone in generale anche l’economia. Non a caso, la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l’agricoltura) incoraggia da tempo l’utilizzo di questo prodotto per incentivare le innovazioni commerciali e culturali.

Al giorno d’oggi è il terzo legume prodotto al mondo, preceduto solo dalla soia e dal fagiolo. In Italia il cece è tra le colture più in forte crescita sia per la sostenibilità ambientale, sia per il recupero delle produzioni agroalimentari di nicchia. Per i suoi caratteri botanici, il cece è una pianta annuale molto resistente, che si ramifica in profondità fino più di un metro, riducendo il rischio di erosione del terreno; è ideale per le zone molto aride, argillose e poco fertili, perché ha un bisogno idrico molto ridotto.

La sua coltivazione, come quella dei legumi in generale, migliora oltretutto la qualità del terreno, essendo in grado di fissare l’azoto dell’aria e trasferirlo nel suolo, cosa che favorisce un limitato utilizzo di fertilizzanti chimici. Per tutti questi motivi e per le sue più disparate varietà genetiche, il cece può adattarsi alle esigenze climatiche del luogo, tutelando la biodiversità del territorio.

Pur essendo un prodotto considerato ‘povero’, dal basso costo e dalla scarsa richiesta, si sta facendo strada una nuova consapevolezza di questo potente alimento. Forse non a caso negli happy hour milanesi compare sempre più spesso una delle ricette più semplici e amate per la sua versatilità: l’hummus, la famosa salsa a base di ceci, ideale per un pinzimonio nutriente e green.
La farinata di ceci

Ricette e curiosità

Oltre all’hummus, avrete sentito parlare dei falafel, le magiche polpette speziate e fritte tipiche del Medioriente. Ciò che forse non sapete è che questa ricetta è stata inserita nella lista redatta da Fondazione Barilla e dall’Economist Intelligence Unit, i quali hanno stilato una classifica dei piatti più sostenibili sulla base della quantità di gas serra emessi per la produzione dell’alimento, il terreno necessario e l’acqua utilizzata.

All’origine invece delle già citate farinata (genovese) e cecina (pisana), c’è una leggenda che risale al 1284, data della battaglia della Meloria. I protagonisti sono una nave genovese e un carico di prigionieri pisani. La nave finì nel bel mezzo di una tempesta e l’acqua del mare arrivò ad allagare la stiva con le scorte di ceci facendoli diventare una sorta di purè. I genovesi scelsero di darlo ai pisani per sfamarli, che però lo rifiutarono e lo gettarono sotto il sole. Cosa successe? Spinti dalla fame, il giorno seguente, i pisani provarono a riassaggiarlo e scoprirono con sorpresa la sua trasformazione in una specie di focaccia. Da allora i genovesi affinarono la ricetta fino a quella che mangiamo ai giorni nostri.

Per ultima, ma non meno importante, una ricetta poco conosciuta e assai libidinosa: le tagliatelle al ragù di coniglio e ceci della Val d’Orcia. Un’accoppiata vincente che ricorda lo sfumare dei raggi di sole a contatto con le colline toscane, il colore, il profumo e la magia della cucina italiana.

Se vi ho convinti, scegliete una ricetta e viaggiate anche voi nel tempo della sostenibilità.

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